Sostenibilità d’impresa oltre l’adempimento normativo

Intervista a Erica Nagel, Sustainability Advisor e fondatrice di Nagel Sustainability, società partner di Wyconi.

Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata stabilmente nell’agenda delle imprese italiane, spinta da normative sempre più stringenti, dalle richieste di clienti e filiere e dalla pressione del sistema finanziario. Ma proprio mentre il dibattito pubblico si concentra sulla semplificazione normativa e sul futuro della CSRD, cresce il rischio che la sostenibilità venga percepita come un tema meno urgente, o peggio, come un semplice esercizio di compliance.

Per capire come le imprese possano davvero trasformare i criteri ESG in leve di competitività, credibilità e valore condiviso, abbiamo intervistato Erica Nagel, Sustainability Advisor e Sustainability Manager certificata, con oltre trent’anni di esperienza ai massimi livelli della comunicazione strategica, del marketing e della governance ESG. Nel percorso che segue, Erica Nagel affronta i temi più attuali del dibattito sulla sostenibilità d’impresa: dalla governance dei dati ESG al rischio di greenwashing, fino al modello di consulenza, un hub di competenze verticali, con cui accompagna oggi le organizzazioni in un percorso di trasformazione concreta.

Oggi molte imprese vivono la sostenibilità tra obblighi normativi, pressione del mercato e necessità di innovare. Qual è, secondo lei, la vera sfida in questo momento?

La vera sfida, oggi, è uscire da una lettura puramente adempitiva della sostenibilità.

Negli ultimi anni molte imprese hanno iniziato ad avvicinarsi ai temi ESG spinte dalla normativa, dalle richieste dei clienti, dalle filiere, dal sistema finanziario o dalla reputazione. Tutto questo è certamente importante, ma rischia di far percepire la sostenibilità come qualcosa “da aggiungere” all’organizzazione: un report, una procedura, una certificazione, una comunicazione.

In realtà la sostenibilità diventa davvero utile quando entra nei processi decisionali dell’impresa. Significa chiedersi: quali rischi stiamo sottovalutando? Quali aspettative hanno i nostri stakeholder? Quali impatti generiamo? Quali opportunità possiamo cogliere? Come possiamo rendere il nostro modello più solido nel tempo?

La sfida, quindi, non è solo essere conformi. È costruire imprese più preparate, più credibili e più capaci di generare valore in un contesto che sta cambiando rapidamente.

Dopo il dibattito sulla CSRD e sulla semplificazione normativa, c’è il rischio che alcune imprese interpretino la sostenibilità come un tema meno urgente?

Sì, questo rischio esiste. Quando il dibattito pubblico si concentra molto sugli obblighi normativi, può passare un messaggio sbagliato: se l’obbligo viene ridotto, rinviato o semplificato, allora anche la sostenibilità diventa meno rilevante.

Io credo che sia un errore di prospettiva.

La rendicontazione è uno strumento, non è il fine. Anche quando un’impresa non è direttamente obbligata a redigere un bilancio di sostenibilità, può comunque essere coinvolta dalle richieste dei clienti, delle banche, degli investitori, delle filiere o dei grandi committenti.

Inoltre, i temi che stanno dietro alla sostenibilità non scompaiono perché cambia una soglia normativa: il cambiamento climatico, la gestione delle persone, la sicurezza, la governance, la qualità dei dati, la catena di fornitura, la reputazione e la fiducia restano temi centrali per qualunque organizzazione.

Quindi sì, serve semplificare dove la complessità rischia di diventare sproporzionata. Ma semplificare non significa arretrare. Significa rendere i percorsi più accessibili, più proporzionati e più utili alle imprese.

La sostenibilità viene ancora spesso percepita come un costo. Come si può aiutare un’impresa a leggerla invece come investimento e leva di competitività?

Credo che il passaggio fondamentale sia collegare la sostenibilità al linguaggio dell’impresa.

Se parliamo solo di principi generali, il rischio è che la sostenibilità venga percepita come un tema valoriale, importante ma distante dalle priorità quotidiane. Se invece la colleghiamo a rischi, efficienza, accesso ai mercati, qualità delle relazioni, reputazione, attrazione dei talenti e continuità del business, allora diventa molto più chiaro perché rappresenti un investimento.

Per molte aziende, ad esempio, lavorare sulla sostenibilità significa essere più preparate a rispondere alle richieste dei clienti, partecipare a gare, rafforzare la propria posizione nella filiera, ridurre rischi reputazionali o organizzativi, migliorare la qualità dei dati e rendere più solidi i processi interni.

Non tutto deve essere fatto subito e non tutto deve avere la stessa intensità. La sostenibilità deve essere proporzionata alla dimensione, al settore e alla maturità dell’impresa. Ma deve essere affrontata con metodo.

Il punto non è “quanto costa fare sostenibilità”, ma quanto può costare non presidiare alcuni temi che ormai incidono direttamente sulla competitività dell’impresa.

Governance, dati ESG e responsabilità interne: sono questi oggi i punti più critici per rendere credibile un percorso di sostenibilità?

Sì, assolutamente. Io credo molto nell’importanza della “G” di ESG, perché senza governance anche le migliori intenzioni rischiano di rimanere iniziative isolate.

Un percorso di sostenibilità credibile ha bisogno di ruoli chiari, responsabilità definite, processi decisionali, obiettivi, indicatori e momenti di monitoraggio. Non può dipendere solo dalla buona volontà di una persona o da un progetto occasionale.

Lo stesso vale per i dati ESG. Oggi alle imprese viene chiesto sempre più spesso di misurare, dimostrare e documentare. Ma il dato non nasce nel momento in cui si scrive un report: nasce nei processi aziendali. Per questo bisogna capire chi lo raccoglie, con quale frequenza, con quali fonti, con quale livello di affidabilità e con quale responsabilità.

La governance serve proprio a questo: a trasformare la sostenibilità da dichiarazione di intenti a sistema di gestione. È ciò che consente all’impresa di essere coerente, verificabile e credibile nel tempo.

Greenwashing e social washing: oggi il rischio non è solo comunicare troppo, ma comunicare male. Come si costruisce una comunicazione della sostenibilità seria, proporzionata e credibile?

La comunicazione della sostenibilità deve partire da un principio molto semplice: prima si costruisce, poi si comunica.

Questo non significa che un’impresa debba comunicare solo quando ha raggiunto risultati perfetti. La sostenibilità è un percorso e può essere raccontata anche mentre è in evoluzione. Però bisogna farlo con equilibrio, trasparenza e senso della misura.

Una comunicazione credibile deve essere fondata su fatti, dati, azioni reali e obiettivi chiari. Deve evitare affermazioni generiche, assolute o non dimostrabili. Dire “siamo sostenibili” oggi non basta, e anzi può essere rischioso. È molto più serio spiegare cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo, quali risultati sono stati raggiunti e quali aree restano da migliorare.

Il greenwashing e il social washing non nascono solo dalla cattiva fede. A volte nascono da superficialità, entusiasmo comunicativo o scarsa connessione tra chi gestisce i progetti e chi li racconta.

Per questo la comunicazione non deve essere considerata un passaggio finale, ma una parte del sistema di sostenibilità. Serve un dialogo costante tra governance, dati, contenuti, legale, comunicazione e management. Solo così il racconto diventa coerente con la realtà dell’impresa.

Nagel Sustainability si presenta come un hub di advisory e competenze verticali. Come funziona concretamente questo modello e perché oggi può essere utile alle imprese

Nagel Sustainability nasce proprio dall’idea che la sostenibilità non possa essere affrontata con una competenza unica e standardizzata.

Le imprese hanno bisogni molto diversi: strategia ESG, governance, rendicontazione, comunicazione, formazione, parità di genere, sostenibilità degli eventi, supply chain, aspetti legali, mobilità, facility, materiali, innovazione. Per questo ho scelto un modello di hub: un punto di regia strategica che attiva competenze verticali in base alle reali esigenze del cliente.

Il mio ruolo è quello di leggere il contesto dell’impresa, capire il livello di maturità, individuare le priorità e costruire un percorso proporzionato, concreto e sostenibile anche dal punto di vista organizzativo.

Il valore del modello è proprio questo: non proporre soluzioni preconfezionate, ma creare team e percorsi su misura. Alcuni clienti hanno bisogno di costruire una governance ESG, altri di formare le persone, altri ancora di rafforzare la comunicazione, prepararsi a una certificazione, rispondere a richieste di filiera o integrare competenze molto tecniche.

In questo senso Nagel Sustainability funziona come una piattaforma di competenze: mantiene una visione strategica complessiva, ma porta al tavolo gli specialisti giusti quando servono. Oggi questa flessibilità è fondamentale, perché la sostenibilità è sempre più multidisciplinare e richiede insieme visione, metodo e capacità di implementazione.

“La sostenibilità non è qualcosa da aggiungere all’impresa, ma un modo per renderla più preparata, più credibile e più capace di generare valore nel tempo.”

Chi è Erica Nagel

Erica Nagel ha fondato Nagel Sustainability di cui ora è CEO.

Nagel Sustainability è una società di advisory specializzata nell’accompagnare imprese e organizzazioni nel percorso di integrazione della sostenibilità all’interno delle strategie aziendali e dei processi operativi, trasformando i criteri ESG in leve concrete di crescita, resilienza e creazione di valore condiviso.

Fondata nel marzo 2023 da Erica Nagel, Sustainability Advisor e Sustainability Manager certificata, Nagel Sustainability nasce dall’esperienza maturata in oltre trent’anni di attività ai massimi livelli della comunicazione strategica, del marketing, della corporate responsibility e della governance ESG.

Dopo un percorso professionale che l’ha vista ricoprire per 14 anni il ruolo di Chief Marketing & Communication Officer e ESG Director di Aon Italia, Erica Nagel ha consolidato una competenza distintiva nell’ambito della sostenibilità d’impresa, con particolare focus sull’integrazione dei criteri ESG nei modelli organizzativi e sulla gestione dei rischi legati alla sostenibilità, grazie a una profonda esperienza nei processi di Enterprise Risk Management.

Membro del Consiglio Direttivo di Asseprim Confcommercio, Erica Nagel ha inoltre sviluppato e coordinato programmi formativi dedicati alla sostenibilità e alla gestione del rischio per importanti realtà accademiche e istituzionali, tra cui Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, CINEAS, Asseprim Confcommercio e FormaTerziario.

L’approccio di Nagel Sustainability si distingue per una visione multidisciplinare e fortemente orientata ai risultati: attraverso team cross-funzionali e un ecosistema qualificato di partner specializzati, la società supporta aziende e istituzioni nella definizione di strategie ESG personalizzate, nello sviluppo di percorsi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica e nella costruzione di modelli capaci di generare impatto positivo e vantaggio competitivo duraturo.

Nagel Sustainability non offre soltanto consulenza, ma accompagna le organizzazioni in un percorso di trasformazione concreta, aiutandole a tradurre la sostenibilità in un asset strategico capace di creare valore per l’impresa, gli stakeholder e la comunità.

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