Il lato umano del cambiamento e ciò che i numeri non raccontano. Intervista a Isabella Flecchia.

Intervista a Isabella Flecchia, Coach e consulente di Change Management, fondatrice di Impulso Futuro, società partner di Wyconi.

Gli imprenditori delle piccole e medie imprese affrontano oggi cambiamenti sempre più impegnativi: passaggio generazionale, evoluzione delle competenze, apertura di nuovi mercati, digitalizzazione, adozione dell’intelligenza artificiale. Molti cercano strumenti per accompagnare le persone in queste trasformazioni, perché sanno che il successo di un cambiamento non dipende solo dalle decisioni prese, ma anche da come vengono vissute da chi dovrà realizzarle.

Per approfondire questo tema abbiamo intervistato Isabella Flecchia, fondatrice di ImpulsoFuturo, che da quarant’anni accompagna persone, team e organizzazioni nei processi di cambiamento. Con lei abbiamo esplorato una prospettiva spesso poco considerata: il lato umano del cambiamento.

Wyconi: Quando un cambiamento non produce i risultati sperati, la prima domanda è spesso: “Come possiamo aiutare le persone ad adattarsi?”. È questa la domanda da cui conviene partire?

Isabella Flecchia: Che si sia imprenditori o, come me, consulenti appassionati dei temi del cambiamento, quando un cambiamento non funziona è naturale chiedersi come aiutare le persone ad adattarsi.

Negli anni mi sono accorta che questa domanda, pur importante, spesso arriva dopo. Prima ce n’è un’altra: che cosa vedono, sentono e imparano le persone osservando il modo in cui noi stessi stiamo vivendo quel cambiamento?

Porsela può essere l’inizio di un cambiamento diverso e più profondo: per noi e per le persone intorno a noi.

Wyconi: Che cosa significa, concretamente, porsi questa domanda?

Isabella Flecchia: Questa è una domanda solo apparentemente semplice, per cui vorrei andare per gradi.

In primo luogo, significa partire da noi stessi. Prima di chiederci come guidare il cambiamento degli altri, possiamo provare a diventare più consapevoli di come stiamo vivendolo noi. Perché il nostro modo di affrontarlo diventa parte del cambiamento che le persone intorno a noi stanno osservando. Un modello di riferimento che può rassicurarli e stimolarli, oppure spaventarli o spegnerne le energie.

Ricordo l’inizio di un percorso formativo con la seconda generazione di un’azienda del mondo automotive. Il fondatore ottantenne mi ha stupito chiedendomi di simulare con lui un colloquio con un collaboratore; voleva capire come impostavo il tema della leadership. Alla fine, mi ha detto: “Va bene, può continuare con i miei manager. Ma non chieda a me di fare queste cose…”. Ero molto giovane, allora, e non ho saputo rispondere. Oggi, lo so.

Essere un modello, però, non significa mostrarsi sempre sicuri e padroni della propria posizione. Significa anche guardare fuori e accorgersi di ciò che il cambiamento sta producendo nelle persone. E questo richiede una profonda capacità di osservazione.

Nelle aziende sappiamo di dover prendere decisioni osservando dati economici, tempi, qualità, produttività, anche se a volte la pancia prende il sopravvento. Ecco, credo che dovremmo imparare a osservare con la stessa attenzione anche i segnali umani: curiosità, chiusura, iniziativa, esitazione, fiducia, collaborazione.

Faccio qualche esempio: recentemente ero in una azienda che sta adottando l’AI. La direzione ha dato tutti i segnali giusto: riunioni, rassicurazione, strumenti per tutti, formazione, responsabili che usano l’AI nel quotidiano. Me lo hanno detto con orgoglio. Ma dopo un workshop di un giorno e mezzo le persone hanno ammesso che ne avevano avuto paura e che evitavano di usarla. Un silenzio che non era stato ascoltato fino in fondo.

Ho detto di guardare ai dati umani con la stessa attenzione con cui sappiamo di dover guardare agli indicatori tradizionali.

Con una differenza importante, però.

Infatti, i dati economici ci danno l’illusione di essere oggettivi. I dati umani sono più delicati da maneggiare: chiedono profondità, capacità di ascolto e molta umiltà. Non servono per classificare le persone, ma per comprendere che cosa il cambiamento sta producendo in loro e, attraverso di loro, nell’organizzazione. Non è facile, ma moltiplica il valore del cambiamento.

Wyconi: Interessante il concetto di dati umani. Puoi spiegarlo meglio?

Isabella Flecchia: Lo farò volentieri in uno dei prossimi articoli, perché credo meriti uno spazio dedicato.

Per ora permettetemi di fare un esempio: pensate a quella volta che vi aspettavate una domanda, che poi non è arrivata. Oppure uno dei vostri collaboratori che prima andava oltre con successo e adesso aspetta istruzioni. O ancora quel vostro team che continua a dire che va tutto bene, ma sembra seduto, senza più energia. O al contrario, pensate a quando le persone che lavorano con voi mettono tutta l’energia nel fare ma non hanno chiaro il perché, e aumentano gli errori e la tensione.

E’ questo che intendo quando parlo di dati umani. Proprio come gli indicatori economici, aiutano a prendere decisioni. Solo che, invece di descrivere l’andamento del business, descrivono come il cambiamento sta attraversando le persone. Ci parlano di come lo stanno vivendo, cogliendo segnali spesso poco visibili ma preziosi.

Imparare a leggerli non significa sostituire gli indicatori tradizionali, ma completare la fotografia dell’organizzazione. Ed è proprio da una fotografia più completa che possono nascere decisioni migliori.

Wyconi: Se dovessi lasciare un messaggio agli imprenditori che stanno affrontando un cambiamento importante, quale sarebbe?

Isabella Flecchia : Direi di non avere fretta di mettere in atto soluzioni. Prima proviamo a osservare. Ogni cambiamento ci restituisce continuamente informazioni preziose: alcune arrivano dai numeri, altre dalle persone. Entrambe meritano attenzione.

Quando impariamo a leggere anche i segnali umani, il cambiamento smette di essere qualcosa da gestire e diventa un’occasione per comprendere meglio la nostra organizzazione, le persone che ne fanno parte e, in fondo, anche noi stessi.

È da questa consapevolezza che, secondo la mia esperienza, nascono i cambiamenti più solidi e duraturi.

Isabella Flecchia accompagna da quarant’anni persone, team e organizzazioni nei processi di cambiamento. È fondatrice di ImpulsoFuturo, dove integra esperienza organizzativa, coaching, neuroscienze e intelligenza artificiale per aiutare aziende e persone a trasformare il cambiamento in un’occasione di crescita, uscendone più consapevoli, forti, rinnovate e motivate. Ha ideato l’AI Mirror Method™, un approccio che utilizza l’AI come laboratorio per comprendere e accompagnare il cambiamento umano.

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